Una grande (e misera) storia americana

Cosa ci fa a New York un miliardario americano con 11 inglesi, 3 brasiliani, 2 portoghesi, un serbo, un messicano, un sudcoreano, un gallese, un bulgaro, un ecuadoriano, un irlandese, un francese, uno spagnolo, un danese, un italiano, un giapponese e uno scozzese? Se si chiama Malcolm Glazer, è lì per quotare il Manchester United.
3 AGO 20
Immagine di Una grande (e misera) storia americana
Cosa ci fa a New York un miliardario americano con 11 inglesi, 3 brasiliani, 2 portoghesi, un serbo, un messicano, un sudcoreano, un gallese, un bulgaro, un ecuadoriano, un irlandese, un francese, uno spagnolo, un danese, un italiano, un giapponese e uno scozzese? Se si chiama Malcolm Glazer, è lì per quotare il Manchester United. Dopo aver abbandonato la Borsa di Londra nel 2005, oggi prova a raccogliere fino a 100 milioni di dollari a Nyc e alleviare i 663 milioni di debito che gravano sul team. E’ una vicenda un po’ pop, un po’ istruttiva che non riflette solo genio e sregolatezza di un uomo che ha deciso di cavare soldi da una squadra di calcio ma che, finora, ne ha soprattutto persi (il delisting gli è costato un miliardo e mezzo).
E’ anche una grande e misera storia americana. Grande perché qui, se hai una buona idea e il coraggio di metterla in piazza, ci sono i mezzi per poterlo fare: saranno i risparmiatori a decidere se la visione di Glazer merita il loro supporto (non disinteressato). Così come sono state le circostanze, cioè la crisi globale, a dissuaderlo dallo sbarcare a Singapore, e i timori per il futuro e la regolamentazione europea ad allontanarlo dalla capitale britannica. Ma c’è anche il lato oscuro: il viaggio a Wall Street è anche figlio della tentazione opportunistica di approfittare dell’interventismo obamiano. Quando la Casa Bianca ha voluto la legge nota come Jobs (Jumpstart Our Business Startups Act) per aiutare le piccole imprese a rastrellare fondi, non immaginava certo che il rilassamento regolatorio a loro riservato avrebbe fatto la gioia di una grande società del football inglese. Ma il mondo è bello perché è vario e neppure il più avveduto presidente americano, ancorché in campagna elettorale, può sfuggire all’ironia beffarda della legge delle conseguenze inintenzionali.